I Puritani – Un’Elvira di raro fascino tra i Puritani

by Roberto Iovino (GdM)

«Il Carlo Felice ha reso omaggio a Bellini nel bicentenario della nascita mettendo in scena, ieri sera, “I Puritani” che mancavano dalle scene cittadine da ben trent’anni. Protagonista assoluta è stata Mariella Devia, una Elvira di raro fascino e perfezione vocale. Sul podio c’era Vladimir Spivakov, al suo debutto come direttore d’opera. Musicista di solido mestiere, Spivakov ha impresso alla partitura un vigore e una energia forse eccessivi. “I Puritani” rivelano un Bellini straordinariamente maturo: c’è la sua consueta deliziosa vena lirica. Ma c’è anche un attento lavoro d’orchestra (“Ho istrumentato come un angiolo” scrisse il compositore) che regala una ricca tavolozza di sfumature e di colori. Spivakov ha alternato momenti di intensa eleganza espositiva a episodi troppo sonori. E queste scelte hanno comportato squilibri fra voci e strumentale. Per quanto riguarda il cast, Mariella Devia (linea di canto straordinaria, agilità limpidissime, una intensa partecipazione emotiva) era in buona compagnia. Erwin Schrott, ad esempio, è stato un magnifico Giorgio. Stefano Antonucci ha costruito con intelligenza musicale e convincente autorevolezza scenica Riccardo. C’era una certa attesa per il giovane tenore Raul Hernandez che nel cartellone originario faceva parte della seconda compagnia. La voce è bella e interessante; manca ancora all’artista la necessaria maturità e una maggiore tranquillità nella tessitura più acuta. Completavano il cast Alberto Rota, Piero Picone, Sonia Prina. Il Coro, in buona forma, era diretto da Ciro Visco. Pier Luigi Pizzi ha firmato scene, costumi e regia. L’artista aveva un conto aperto con il computer che regola la movimentazione dei palcoscenici del Carlo Felice. La passata stagione il cervellone era andato in tilt bloccando lo spettacolo d’esordio (“Death in Venice”) firmato proprio da Pizzi. Ieri Pizzi ha obbligato il computer ad un super lavoro. Ha rinunciato a qualsiasi tradizionale elemento scenografico. Solo quinte e fondali neri a delimitare il grande palcoscenico. E al centro un torrione ottagonale che sale, scende, ruota, suggerendo i singoli ambienti. Effetti talvolta suggestivi, ma con qualche inconveniente. Troppo stretta l’unica scala di passaggio che ha determinato noiosi rallentamenti nel deflusso delle masse. E qualche rischio in più per i cantanti calati in un grande spazio senza un’avvolgente struttura scenografica.»

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