Les Troyens – Sorpresa al Maggio

by Elisabetta Torselli (GdM)

«E’ certo per non aggirabili ragioni che i “Troyens” di Berlioz dell’apertura del 65.mo Maggio Musicale Fiorentino, quattro ore di musica, si sono protratti dalle 15,30 a mezzanotte, con un break di due ore e mezzo (a cui erano da aggiungere altri tre intervalli lunghetti assai) fra le due parti, “La prise de Troie” e “Les Troyens a’ Carthage”: ma e’ stata dura. Nonostante cio’, l’assoluta bellezza, sconosciuta ai piu’, della partitura, l’efficace e a tratti splendida direzione di Zubin Mehta, nella “Prise de Troie” la generosita’ di Nadja Michael, Cassandra, e, nella seconda parte, un’inarrivabile, emozionante Violeta Urmana come Didone, hanno indotto i piu’ a resistere fino alla conclusione di una prima comunque meno mondana del solito (con l’eccezione di Sofia Loren, amica di Zubin Mehta, i vip sono rimasti alla larga). C’era anche la curiosita’ di vedere se alla fine la regia di Graham Vick sarebbe stata fischiata o no, e un po’ di fischi si’, se li e’ presi, ma nettamente sovrastati dagli applausi alla musica e ai suoi interpreti. E allora, prima di tutto la musica: quattro ore di invenzione nobilissima e geniale per cui c’e’ preliminarmente da scansare l’inappropriato paragone con Wagner. Musicista latino, romantico oltranzista ma innamorato del mito della classicita’ qui rappresentata da Virgilio, l’autore della “Fantastica” e’ anzi un anti-Wagner nell’invenzione melodica genialmente ellittica, pregnante piuttosto che espansa e seduttiva, nell’armonia e strumentazione continuamente accesa da macchie febbrili e originalissime individuazioni timbriche in cui peraltro ogni colore resta accuratamente distinto, in un’idea molto francese di recitativo-arioso che attualizza plasticamente, drammatizzandolo, un formulario illustre, dal Gluck francese a Cherubini che pure Berlioz affettava di detestare. Dei “Troyens” Mehta ha dato una lettura bella, a tratti malinconicamente liricizzata (ad esempio nei duetti Anna-Didone e Enea-Didone), altrove, come nel celeberrimo episodio strumentale del Temporale e Caccia Reale, attenta a suggerire, senza forzare dinamiche ed effetti, quella sorta di dorato nitore parnassiano che caratterizza tante pagine del Berlioz di questi anni. Orchestra e coro l’hanno assecondato egregiamente pur con qualche slabbratura inevitabile in una partitura di tanto impegno. Non cosi’ tutto il copiosissimo cast in cui svettava di gran lunga la Urmana, seguita per calore della performance scenica da Nadja Michael, dall’Anna di Patricia Bardon, e fra i ruoli maschili da Bo Skovhus (Corebo), Erwin Schrott (Narbal), Carlo Allemanno (Iopa), ma Jon Villars, Enea, e’ sembrato in piu’ di un momento affaticato dal ruolo e incapace di dare credibilita’ al personaggio. Graham Vick e’ il grande regista che sappiamo ma questa volta e’ scivolato sul concetto. L’etnia perseguitata che si trasforma in una genia di imperialisti in stile e panni Legione Straniera, ed e’ il mito dei propri morti, Priamo, Ettore, Ecuba, Cassandra, dei loro vaticini da seguire, ad operare questa trasformazione: giustissimo: e’ cosi’ che nascono le guerre. I due atti troiani sono molto belli: quell’etnia colorata, festante, tremante e incespicante – per sollievo, poi per terrore – su rovine architettoniche sghembe e paurose (firmate da Tobias Hoheisel), a cui invano Cassandra aveva gridato le sue profezie, l’apparizione di Andromaca sulla straordinaria melopea del clarinetto, di grande e percuotente forza teatrale… Ma poi ecco i Punici, Didone compresa, vestiti come Guardie Rosse anzi Guardie Gialle (canarino !) di un improbabile, dinamico e allegro falansterio, ecco l’imperdonabile quadro del bosco, della caccia, degli ozi e degli amori di Didone ed Enea ossia prato e fiorelloni giganti e spiaggia con luci e colori acidi da videogame: l’ironia e il concetto diventano filtri intellettualistici, banalizzazioni di una visione che evidentemente non si riesce ad afferrare ne’ a condividere. Certo la classe, in Vick e nel suo staff, c’e’, e si vede anche qui, citiamo solo le molte e poetiche lune che sovrastano questa Cartagine. Ma stavolta non basta. Repliche: in due serate distinte, “Prise de Troie” e “Les Troyens a’ Carthage”, il 14-15 e il 22-23, tutta l’opera sabato 18.»

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