Moïse et Pharaon – Con Muti Mosè arriva in paradiso

by Lorenzo Arruga (Il Giorno)

«El primm teater del mund!, li prendeva già in giro Verdi, quelli che lavoravano alla Scala, incuranti di ritardi e di intoppi. E ancora adesso a parlare del loro teatro, fra problemi economici e logistici e baruffe istituzionali sconcertanti, alzano il naso e socchiudono gli occhi: el primm teater del mund. Beh, non andate a dirglielo, ma in queste ore serpeggia il sospetto che abbiano ragione.

L’apertura della stagione nel provvisorio e problematico Teatro degli Arcimboldi con “Moïse et Pharaon” di Rossini è folgorante. Ci vada chi prova la nostalgia per gli spettacoli alla grande, con un’orchestra e un coro favolosi; ci vadano i giovani direttori che credono utile far le prove del gesto davanti allo specchio più che non studiare drammaturgia e composizione, e i cantanti Lucignoli che si lasciano sedurre dal Paese dei Balocchi promesso dai loro agenti, e ignorano a quale seducente bravura si può arrivare con lungo e giusto studio, con accanita passione.

Naturalmente, ci vadano leggeri, e si prendano tutti un buon caffè, perché il “Moïse” dura circa quattro ore e mezzo, e non vi succedono molte cose. È la storia di Mosè, col suo carisma e i suoi prodigi, e del suo popolo che crede in lui e nel Dio che egli annuncia, al punto di sfidare gli Egizi minacciosi oppressori seguendolo fin nei flutti del mare: e il mare aperto miracolosamente al loro passaggio richiudendosi travolge i nemici inseguitori.

Riccardo Muti, direttore, e Luca Ronconi, regista, concordano che quest’opera di Rossini, nella versione del 1827 ha i caratteri dell’oratorio sacro : non la nascita d’un’azione, ma la sua rievocazione e la meditazione sul suo significato. Poi, proprio i fatti che sono rievocati portano anche allo spettacolo; i prodigi delle tenebre quando il Faraone si rimangia la promessa di lasciare partire gli Ebrei verso la Terra Promessa, delle fiamme dal cielo, e del Passaggio del Mar Rosso sono così coinvolgenti che portano anche al dramma per conto loro.

Luca Ronconi rielabora con lo scenografo Gianni Quaranta l’impianto che inaugurò le felici stagioni di Massimo Bogianckino a Parigi, quasi vent’anni fa, con un deserto immaginario steso in pendenza fra pareti d’un luogo sacro dove un organo campeggia, e pone il coro, quasi sempre fermo, in un piano sottostante; i protagonisti, nei felici costumi di Carlo Diappi legati alle immagini delle storie bibliche, si muovono con spicco. Quando, secondo l’uso parigino, entrano i ballerini, il coreografo Micha van Hoecke si arrangia sulle dune: come proiezioni dei personaggi vivono in gesti stilizzati il fuoriclasse afroamericano Desmond Richardson e l’autorevole Roberto Bolle; Luciana Savignano, Iside, è una mitica apparizione con leggendarie ali preziose.

Non va chiesto a Ronconi di comporre una regìa sulle pulsioni della musica; ma questo spazio e quest’idea le assecondano. La novità sta nell’ultimo atto: un macchinario alza tra nuvole i flutti neri del mare, che al muover degli Ebrei si levano maestosi in verticale e tornano al loro posto per sommergere gli Egizi. Un salto nel Barocco, ed anche un tuffo nell’emozione.

E l’emozione è forte, a cominciare dalla preghiera famosa con le voci trepide e sommesse di Mosè e della sua famiglia, che sfocia nel brivido trionfale dell’ultima invocazione del coro “in maggiore”. Qui meritiamo tanta gioia per avere seguito fedelmente il cammino che Muti ha tracciato: un Rossini sinfonico che nasce da Mozart e dalla civiltà tedesca, un Rossini classico che vive l’era di Gluck, di Cherubini, di Spontini: trionfo della forma; stupefazione dei pezzi d’insieme, miracolosamente spaziosi, vita in prima persona degli artisti del coro preparati da Bruno Casoni.

Un Rossini che esalta il canto. Entusiasmante la lotta fra Mosè, l’autorevole, caloroso, ispirato Ildar Abdrazakov, e il Faraone, l’impressionante Erwin Schrott: eloquenti nei “piano”, e nei “fortissimo” dove non tuonan mai, ma intonano con pienezza. Tenerissima la vicenda d’amore fra il figlio del Faraone e la nipote di Mosè: interpretata come fanno Barbara Frittoli e Giuseppe Filianoti, non è proprio un ingrediente sentimentale per compiacere il pubblico, ma l’apparire d’un orizzonte irraggiungibile, la struggente tenerezza d’un amore che rifiuta le divisioni tra popoli; anche se l’accorato e possessivo affetto delle madri, una delle quali è l’assolutamente favolosa Sonia Ganassi vi si contrappone ardentemente.

C’è un problema arduo, nel Rossini serio, il recitativo: quando non vi sono arie o pezzi d’insieme, si canta una declamazione a un pelo d’essere ingombrante. Muti ha scavato invece nel rapporto con la parola ed il colore delle voci e ne è sorta come una confessione costante, rivelatrice, intrisa di timore sacro e segreto. Fra tanti prodigi, strappati con tanta sicurezza dalle mani di Dio, s’intravvede, inquieta nelle coscienze, l’altra faccia di Dio, misterioso e inaccessibile. Tanto che questa volta quando Rossini arriva alla fine a soccorrerci, non gli basta più uno dei suoi magici, esaltanti “crescendo”: a scena vuota, nella nitida pace del ricomposto mare, ci sussurra la sua pagina più alta ed innocente e ci rimanda a casa a pensare.»

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