Don Giovanni – Ogni uomo è solo, con le proprie inquietudini

by Francesco Rapaccioni (Teatro.org)

«È impossibile definire Don Giovanni soltanto nella sua partitura musicale o soltanto nella sua sostanza drammaturgica. Don Giovanni è soprattutto la fusione meravigliosa di questi due elementi, in un risultato di perfetto e straordinario equilibrio.

Hoffmann individuava come essenza del Don Giovanni e di Don Giovanni il mistero. Un carattere che sicuramente trova rispondenza in una parte della musica di Mozart, anche se questa valutazione ha avuto un riflesso in parte negativo, avendo creato una tradizione interpretativa che la qualificava come opera pesante.

Secoli sono passati, e non invano. Se ieri il mistero era nell’aldilà e nel finale in cui il Commendatore rapisce il protagonista e lo conduce con sé negli inferi, oggi il mistero è dentro l’animo dell’uomo, che rischia di essere schiacciato dai propri fantasmi, dalle proprie colpe e dalle azioni compiute, più o meno volontariamente, nel corso della vita. Ritengo sia questa la principale intuizione del regista Davide Livermore nell’allestire un Don Giovanni attualizzato che ha inaugurato la stagione al Carlo Felice. Dove alla fine il protagonista muore da solo, annientato dalla propria anima e dai fantasmi che lo hanno divorato dall’interno. Ma profondamente coerente e coraggioso, tanto da rifiutare di pentirsi, assumendosi fino in fondo la responsabilità del proprio agire. Di grande modernità, di forte efficacia scenica, comunque non in contrasto con il dettato mozartiano.

La Siviglia del Don Giovanni non è un luogo specifico, piuttosto è una città dell’Europa mediterranea, forse neppure una città reale, quanto un luogo della memoria, del desiderio, dell’incubo. Dunque ci può stare un luogo decontestualizzato, la periferia degradata di una qualsiasi delle nostre città, creata da Santi Centineo: un palazzo antico classicheggiante, una vasta scalinata, pozzanghere, relitti di archeologia industriale di lato, un muro in primo piano con graffiti e filo spinato, tombini. Un paesaggio di confini, manicheistici tra bene e male, sociali tra classi nobili e contadini, geografici tra campagna e città, etici tra vita e morte. Una scena che nel primo atto è piena delle “costruzioni” di Don Giovanni e nel secondo atto, quando il protagonista è chiamato alla resa dei conti, è desolata e vuota, proprio a causa ed in conseguenza del pieno che c’era prima, destando un senso percepibile di mancanza e di inevitabilità della morte.

Molte delle invenzioni di Livermore funzionano benissimo: Leporello tratteggiato come un topo di fogna; Donna Elvira che entra incinta e vestita da sposa, accompagnata da sue replicanti, a simboleggiare le tante ragazze sedotte e abbandonate da Don Giovanni in anni di comportamenti disinvolti; il banchetto è un atto sessuale, dove invece che i cibi sono i corpi ad essere bramati dal vorace Don Giovanni, mentre canta “Lascia ch’io mangi” e accarezza concupiscente corpi denudati di donne e uomini; lo svolazzante cavallo, proiezione degli incubi e materializzazione dei tormenti del protagonista; Masetto e Zerlina lunghi sulle scale come i giovani d’oggi nella scena “Batti, batti, o bel Masetto”; Zerlina con il capo in grembo a Don Giovanni in “Là ci darem la mano”; l’orchestrina di derelitti e barboni. Accanto a queste, altre soluzioni stilistiche mi hanno invece meno convinto, il mostrare la violenza su Donna Anna mentre questa la descrive a Don Ottavio, il crudamente realistico tentativo di stupro su Zerlina, immagini quasi cinematografiche, alcune stile Guerre stellari (i bastoni rossi). Insomma una regia intelligente ed interessante, utile soprattutto ad affrontare noi stessi, quando ci troviamo a fare i conti nel buio delle nostre stanze solitarie. E questo è l’unico insegnamento di Don Giovanni, prendersi le responsabilità delle proprie azioni e del proprio destino. Fino in fondo.

Contribuiscono a creare il fascino dell’allestimento i costumi senza tempo e senza luogo dei giovani Botto & Bruno e le luci di Maurizio Montobbio. Per quello che concerne la partitura, il problema principale che il direttore Julia Jones doveva risolvere era quello di individuare il punto giusto di equilibrio tra la freschezza e la leggerezza (le stesse di Nozze di Figaro) dell’azione musicale, senza rinunciare alla qualità ed ai colori scuri che pure lo spartito offre. Però la Jones ha diretto con eccessiva lentezza, a partire dalla mancanza di vigore della overture, e, seppure puntuale nell’esecuzione con una orchestra soddisfacente, non è riuscita a rendere tutte le sfumature di cui la partitura è ricca, non evidenziando abbastanza i passaggi squisitamente lirici e quelli più violenti.

Formidabile il cast, soprattutto dal lato maschile.

Erwin Schrott ha fornito una ottima interpretazione del protagonista, meglio della performance al Maggio. Dalla sua parte Schrott ha una voce splendida, una tra le più belle oggi in circolazione, che non teme assolutamente il confronto con i grandi del passato. Ascoltando Schrott cantare, chiudendo gli occhi, si dimentica che c’è una vita al di fuori del teatro e il tempo rimane sospeso. La scrittura vocale di Don Giovanni non presenta alcuna difficoltà per lui, quanto a tessitura ed estensione. La pagina più ardua, la seconda parte di “Fin c’han del vino”, viene affrontata con estrema sicurezza ed ottimo risultato, nonostante il ritmo sia rapidissimo e costringa a riprese di fiato fulminee e di fortuna, che però per lui sono agevoli e non appesantiscono assolutamente l’emissione. Così come, sempre nella stessa aria, è bellissimo il trillo rapido a voce piena. Non ci sono per Schrott difficoltà neppure sul versante stilistico-interpretativo, a partire dall’espressione dei recitativi, fino al legato ed alla morbidezza indispensabili in “Là ci darem la mano” e nella Serenata. Schrott canta “Fin c’han del vino” con mordente vivacità e “Metà di voi qui vadano” con tono sarcastico. Il fraseggio è sempre equilibrato e perfetta la dizione: ammorbidendo alcuni momenti in cui è un poco duro a favore di un più spinto lirismo, diverrà di sicuro il migliore nel ruolo. Schrott ha una bella presenza scenica e plasma perfettamente il nuovo Don Giovanni firmato Livermore, corrotto, violento, sopraffattore, infedele e libertino, con dentro un’ansia fortissima di vivere velocemente e di cogliere ogni opportunità, senza curarsi degli altrui sentimenti e senza rispetto per la sofferenza causata. Non a caso è vestito di nero, da bullo di periferia, da delinquente di Arancia meccanica, con quella mascherina nera sugli occhi. Insomma Schrott dà voce e corpo a un Don Giovanni totalizzante, che è solo ma al tempo stesso è al centro di tutto, spavaldo e coraggioso, baldanzoso e dominatore, ambiguo e inquietante, con la sua forza, il suo magnetismo, i suoi inganni, la sua fame di vita, il suo desiderio di morte.

Leporello è l’alter ego del protagonista, voce della sua coscienza ma anche lato oscuro dell’animo. Qui è un vero topo di fogna, che entra ed esce dai tombini munito di torcia sul capo stile minatore che nelle viscere della terra è in luogo abituale e familiare, privato di lazzi e gigionate sempre inutili. Nicola Ulivieri è stato formidabile, presentandosi in stile punk ed affrontando ogni aspetto della tessitura vocale del ruolo con risultati eccellenti, a cominciare dal Catalogo, dove si incontrano passi dello stile parlante più autentico, con le ribattiture della stessa nota che a tratti si aprono a brevi spunti di carattere arioso e fino alla scena del cimitero, dove la vocalità centrale dominante per tutta l’opera diviene sensibilmente più grave.

Francesco Meli è stato una sorpresa. Il suo Don Ottavio è apparso vocalmente perfetto. Ha affrontato facilmente i passi di agilità dell’aria “Il mio tesoro”, i cui vocalizzi relativamente semplici richiedono però lunghissime tenute di fiato: l’improvviso contrasto tra il suono centrale scuro e corposo e quello acuto emesso con timbro chiaro e dolce (quando la voce compie uno sbalzo per arrivare al la acuto) viene sfoggiato come un vezzo. Una interpretazione piena di eleganza ed amore sincero.

Giovane, vivace e spiritoso il Masetto di Alex Esposito, che accenna a un rap con le cuffie per la musica, ma ispira tenerezza e si lascia ammirare per la bella presenza scenica , la qualità della voce (raffinata e cesellata nella timbratura), la sicurezza nell’intonazione e nel canto, sia nel duetto d’entrata con Zerlina che nell’aria “Ho capito, signor sì!”. Esposito è esuberante (ma non troppo, quanto basta), mostra una estrema agilità in tutti i ruzzoloni e una incredibile mimica facciale, per cui è perfetto per il ruolo, sia vocalmente che fisicamente.

Bene anche il cast femminile, senza però arrivare al livello di eccellenza degli uomini. Impetuosa e veemente la Donna Elvira di Ildiko Komlosi, convincente la Donna Anna di Svetla Vassileva, brillante la Zerlina di Marina Comparato, una vera soubrette.

All’inizio tutti sul palco per protestare contro i tagli del Governo al FUS. Spiacevole e imbarazzante che qualcuno abbia fischiato, disapprovando l’iniziativa. Poi, per fortuna, lo spettacolo.»

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