La dannazione di Faust: concerto o teatro?

by Luca del Fra (il giornale della musica)

«Ecco la scommessa dell’apertura della stagione sinfonica di Santa Cecilia: riportare alla sua originaria dimensione concertistica la “Damnation de Faust”, che dalla fine dell’Ottocento conta una consolidata tradizione di allestimenti scenici, i cui frutti migliori vanno probabilmente ricercati proprio nel teatro contemporaneo andato a nozze con la rapsodicità della narrazione da Berlioz. L’approccio di Pappano è in questo senso duplice: un clima decisamente sinfonico si avverte nelle prime due parti, con pregevole dilatazione dei tempi a vantaggio di un fraseggio sinuoso, decise accelerazioni con momenti di virtuosismo direttoriale come nella marcia ungherese, vertiginosi crescendo all’insegna della tensione psicologica. Va detto che in tutto questo non è stato d’aiuto Kaufmann, il cui timbro scuro bene si sposerebbe al personaggio di Faust, ma appariva afflitto da problemi di raffreddamento. Dalla scena della taverna in poi, era però la dimensione più teatrale e istintiva a prendere il sopravvento, facendo perno sul Méphistophélès particolarmente amabile e intrigante di Schrott. Fascinosa la Margueritè di Kasarova, cui si devono i migliori momenti di canto. Ritrovando dopo quattro anni come maestro Balatsch, il Coro ceciliano conferma la sua classe marcando straordinariamente la differenza tra le voci del popolo, della taverna, dei demoni fino agli spiriti celesti dove si sono fatte valere le voci bianche. Altrettanto notevole è la prestazione dell’orchestra, con spettacolari soli di viola e oboe: in Pappano sembra avere incontrato un direttore ideale per una bella serata di musica da cui si esce con la speranza che, senza i clamori della Festa del Cinema imperversanti in questi giorni all’Auditorium romano, lui torni sulla partitura per dargli il colpo di grazia.»

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