Lirica, Erwin Schrott: Mozart, il pubblico e l’Opera

by Giorgia Meschini (Teatro.org)

«A soli 33 anni, Erwin Schrott ha già cantato nei maggiori teatri d’opera del mondo diretto da Maestri come Mehta, Levine, Maazel, Muti, Pappano – proprio diretto da quest’ultimo, ha cantato per la prima volta a Roma, debuttando nel ruolo di Mefistofele ne La damnation de Faust di Hector Berlioz, evento-inaugurazione della stagione sinfonica 2006-2007 dell’Accademia di Santa Cecilia. Ed ora, diretto dal giovanissimo Gustavo Dudamel, torna ad interpretare Don Giovanni nell’opera di Mozart al Teatro alla Scala.

Ti senti molto a tuo agio nei ruoli mozartiani cantati finora (Figaro, Don Giovanni, Leporello)…
La scelta di fare, principalmente, ruoli mozartiani è dettata dalla mia voce, adatta a quel repertorio e anche dall’aver avuto la fortuna di lavorare fin dall’inizio della mia carriera con Maestri come Freni, Nucci, Domingo, i quali mi hanno insegnato che con Mozart si impara a cantare, fa molto bene sia allo strumento vocale sia alla musicalità. Ovviamente ho preso questi insegnamenti molto seriamente, e finora sono stato fedele a questo repertorio, studiando nel frattempo anche altri compositori, e questo mi ha consentito di aver tempo per studiare molta musica da camera, che vorrei interpretare in un prossimo futuro, e di specializzarmi in quello che faccio, di prendermi cura dei dettagli, a tutti i livelli, rispettando l’arte, me stesso e il pubblico.

…e poi ogni tanto ti cimenti in un nuovo ruolo – l’anno scorso Pagano nei Lombardi alla prima crociata di Verdi, quest’anno Mefistofele ne La damnation de Faust di Berlioz, l’anno prossimo Mustafà nell’Italiana in Algeri di Rossini. Con quale criterio scegli le “novità” da inserire nel tuo repertorio?
Per scegliere i ruoli da interpretare mi prendo molto tempo, ci sono parti che una volta finite di studiare lascio decantare per un po’ ed altre che dopo due giorni ho una voglia matta di portare sul palcoscenico immediatamente! Sono molto fortunato, devo ammetterlo: fare una carriera come la sto facendo è per il piacere di fare musica, senza alcuna pressione a fare scelte sbagliate o frettolose. Non ci tengo a debuttare in dieci ruoli all’anno, ma con calma debutto in uno, due. E cerco sempre di perfezionare quelli che canto già, dal punto di vista musicale e drammatico. Studiare, studiare, studiare…e poi ricominciare a studiare. Ogni ruolo è sempre da riscoprire, specialmente quelli caratterialmente complicati, con una base non solo musicale, ma letteraria, sociale, storica…è una ricerca infinita e mi piace lasciarmi andare in quell’abisso meraviglioso.

C’è un ruolo in particolare che ti piacerebbe interpretare nel futuro?
Tanti, tutti, di tutto e di più! Ho sempre la curiosità di scoprire repertorio nuovo e sconosciuto per me. Non si finisce mai, c’è sempre da scoprire…penso che questo sia l’amore per questo mestiere, e io ne sono totalmente innamorato.

Preferisci la forma scenica o il concerto?
Quella che mi fa trovare davanti al pubblico, in teatro, in una sala da concerti, ovunque. In concerto sicuramente la voce è in primo piano, con il compito di far sognare il pubblico, la responsabilità di dipingere una scena con colori cercati in ogni frase. Lo si fa anche in un allestimento, ma in concerto il cantante fa il suo allestimento personale, la sua immaginazione e la sua creatività devono far volare il pubblico insieme a se stesso.

Non avevi mai cantato a Roma, finora. Come ti è sembrato cantare a Santa Cecilia?
Molto divertente, un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo, è stato un grande onore per me cantare a Roma, che è una città molto ricca storicamente e culturalmente, ma anche con un presente e un futuro secondo me molto roseo, grazie a tutti quelli che se ne interessano, e che si interessano anche alla nostra arte: ho potuto constatare come sia gli artisti dell’orchestra e del coro, la produzione e la direzione, tutti i professionisti del teatro, siano gli appassionati di quest’arte prendano molto sul serio la missione di portarla avanti.

E lì hai ritrovato anche il Maestro Pappano, con il quale avevi già lavorato…
E Antonio Pappano…è un mito, una persona con la quale ho avuto la fortuna di trovarmi anni fa a Bruxelles, ed è nato un rapporto professionale basato sul grande rispetto e l’ammirazione che ho per lui come musicista ed essere umano. Ogni volta che mi viene offerta la possibilità di lavorare con lui per un concerto o per un’opera è per me una grande gioia, una grande spinta personale, sapendo che un grande Maestro come lui si fida di un’artista come me. Tutte le occasioni in cui mi sono trovato con lui sul podio sono state di grande sfida…bisogna essere all’altezza, studiare tanto. Una grande fortuna. Pensare che ogni spartito che ho fatto con lui porta il suo segno, il segno di un musicista e un essere umano generoso…potrei parlare per ore del Maestro, ed ho da dire solo cose positive, è un grande!

Sia l’Accademia di Santa Cecilia, sia il Teatro dell’Opera di Roma, così come ormai tutti i teatri e le fondazioni in Italia, hanno sofferto per i tagli al FUS, e si sono dati da fare per rimediare cercando sponsor privati. Cosa pensi di questa situazione?
Come accennavo prima, solo con il reale interessamento di chi è in grado di suscitare delle fonti economiche, produttive, amministrative si può portare avanti il teatro, insieme all’impegno responsabile di noi artisti, che dobbiamo essere in grado di suscitare l’interesse del pubblico per farlo tornare. Non serve far venire nuovo pubblico una volta, ma che il nuovo pubblico resti, che si interessi, che ritrovi passione per un’arte quasi dimenticata a causa della faciloneria, in favore magari di spettacoli televisivi o di altre cose così. L’Opera dal punto di vista mediatico sta creando di nuovo interesse, per fortuna, ed è bello che il pubblico possa scegliere, bisogna conoscere le cose per poter stabilire se una cosa piace o meno. E’ necessario però educare il pubblico fin da piccolo: i bambini sono il domani, si deve creare un vincolo educativo, come hanno fatto i miei genitori, non lasciandoli per ore davanti alla tv senza lasciar spazio ad altro tipo di educazione. La tv può essere, anzi è sicuramente un importante strumento informativo ed educativo, ma altrettanto sicuramente non l’unico. Le letture e la musica ci uniscono molto di più. Penso che con le sponsorizzazioni private il teatro finalmente non dovrà cimentarsi ogni volta con della burocrazia inutile, che tarpa le ali all’arte per motivi incomprensibili, completamente estranei ad essa. Servono idee, coinvolgimento e tanta, tantissima passione.»

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