Roma – Accademia S. Cecilia: La Damnation de Faust

by David Toschi (Operaclick)

«Breslavia sul fiume Oder; Praga sulla Moldava. Viaggiando fra fiumi e luoghi mai immobili, fra una tappa e l’altra in diligenza, Hector Berlioz conretizzò, nel 1846, il lavoro iniziato vent’anni prima che prenderà la sua veste definitiva col nome della Damnation de Faust.
Apre con questo lavoro la stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia. In questo 2006/2007 il Parco della Musica ci ricorderà come, per quanto inconcludente possa essere stata la nostra evoluzione musicale – perennemente costretti a goderne i piaceri in luoghi inadatti, maldestramente sfruttati per kermesse politiche – si possano affrontare percorsi poco battuti prestando la necessaria attenzione al pubblico e al botteghino.
Sarà così che programmi non particolarmente accattivanti come La damnation de Faust, i Giocatori di Šostakovič o il Boris Godunov di Musorgskij si intrecceranno con il Concerto di Natale con la IX Sinfonia di Beethoven o il Gala straussiano dei primi dell’anno, assicurando mondanità e snobismo, partecipazione entusiasta e presenza filantropica. La Damnation de Faust di Antonio Pappano, direttore musicale sulla carta, ma forse mentore effettivo della stagione, segue le pieghe di questo ragionamento di soddisfazione delle parti. Da un lato vi è una composizione romantica, generata su uno dei soggetti più stilisticamente puri del repertorio, dall’altro vi è l’inquinamento “teatrale” che ne sposta artificiosamente l’ottica, mostrando al pubblico una composizione sinfonica e al tempo stesso una proiezione operistica. Se però funziona la prima, grazie al contributo impagabile di un’orchestra e di due cori, quello dell’Accademia di Santa Cecilia e quello di Voci bianche di Roma, parimenti protagonisti eccelsi, la seconda si arresta di fronte alla constatazione che se di un aspetto drammaturgico, semioticamente pertinente quindi rispetto ai testi musicale e letterario dobbiamo tener conto, esso non soddisfa per eccesso di semplificazione, ahimé oramai consueto nelle elaborazioni del direttore Pappano.
Fra i due fattori, infatti, v’è un abisso incolmabile di coerenza. Fin troppo enfatizzato l’aspetto sinfonico che fa sì che l’orchestra adotti spesso dinamiche e timbriche in grado di coprire il canto e l’espressione dello stesso. Poco curato e al limite della sciatteria invece l’aspetto teatrale, che sfugge per più di una ragione. C’è, ed è vero, la poca consistenza del cast. Tre nomi altisonanti non riescono a regalare alcun momento di forte comunicazione. Diverse le ragioni: alla poca rilevanza della voce di Jonas Kaufmann, tenore di belle speranze, corrisponde un peso energico, ma scarsamente gestito, dell’impianto di Vasselina Kasarova, mezzosoprano di lungo corso ma dalle sfaccettature estremamente limitate e qui, talvolta, imprecise. Bene si comporta soltanto il baritono Erwin Schrott, che riesce a restituire un Mefistofele piuttosto verosimile al personaggio schizzato da Berlioz che più che creatura demoniaca assume, in questa Damnation, la figura di uno stravagante contadino blasfemo.
Ecco, forse il principale limite di Pappano e della sua lettura è proprio qui: nell’inspiegabile seriosità religiosa che il direttore anglo-italiano dà di quello che è un soggetto non strettamente riconducibile a Goethe ma a un personaggio che fa intrinsecamente parte della mitologia occidentale e quindi, malleabile e plasmabile alle esigenze di ogni autore che vi si confronti.
Ecco, forse il limite ultimo della lettura tutta seriosa di Pappano è nel non aver preso atto del carattere dissacrante di Berlioz, che non si faceva problemi ad ammettere che «Sì… Dopo il pedale obbligato e la cadenza finale della fuga, avanza Mefistofele e dice: Vrai Dieu! Mensieur, votre fugue est fort belle, et telle, qu’a l’entendre on se croit aux saints lieux. Souffrez qu’on vous le dise: le style en est savant, vraiment religieux; on ne saurait exprimer mieux les sentiments pieux qu’en terminant ses prières, l’eglise en un seul mot résume. Maintenant, puis’je à mon tour riposter par un chant sur un sujet non moins touchant que le votre?». A un appassionato di musica che andò a trovarlo domandandogli «la vostra fuga sull’Amen è ironica? Vero che è ironica?», Berlioz rispose: «Ahimé signore, ho paura di sì!» e sorridendo aggiunse: «Non ne era sicuro!!!».»

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