Le nozze di Figaro (Zurich) – Un ultimo giro di giostra

by Ilaria Bellini (Teatro.org)

«Il nuovo allestimento delle Nozze di Figaro di Sven –Eric Bechtolf, più che Beaumarchais, riprende il teatro da boulevard, ed è uno spettacolo frizzante e veloce, in cui battute e situazioni si succedono in modo vorticoso. E si ride davvero. E’ una commedia senza malinconia, per evocare, se non la felicità, una delle ultime giornate di gioco prima del buio della catastrofe della storia tedesca recente. Infatti la vicenda è ambientata negli anni Trenta (la datazione e’ riconoscibile negli elementi art déco, nei costumi, ma anche nella recitazione brillante, citazione delle commedie tedesche dell’epoca). Una grande sala luminosa su cui si affacciano delle porte funzionali al continuo andirivieni e una pedana-teatrino sul fondo costituiscono il semplice ed elegante impianto scenico, che con pochi tocchi ricrea gli ambienti del palazzo: scatoloni da trasloco sono il mobilio della giovanecoppia , sofà e vestiti l’alcova della contessa, una platea di poltroncine bianche per il teatrino di corte e la sala delle feste. Nel quarto atto la scena è all’aria aperta, ma priva della componente naturalistica e notturna che permea la partitura mozartiana. Il boschetto della possibile felicità è una giostra d’altri tempi, dai cavallini disposti in circolo intorno a un letto di foglie. Il luogo della promessa amorosa diventa quello della regressione infantile, eden nella memoria, in cui i personaggi giocano a nascondersi, prima dell’ultimo giro di giostra.

In una interpretazione esilarante, ma non esente da forzature, il Conte nobile e orgoglioso diventa un illusionista dilettante e vanesio che si vorrebbe demiurgo e che, alter ego del regista/attore Bechtolf, assume il ruolo di protagonista. E’ il “Magico Conte“, come il gioco da tavolo per bambini che rigira fra le mani con la stessa infantile concupiscenza con cui desidera tutte le donne.

Nessuna lotta di classe: Figaro non combatte una gerarchia, vuole solo affermare il proprio piacere personale, un letto più comodo, in cui accoccolarsi per godere i piaceri della vita. Figaro non è il deus ex machina che regge l’intrigo, ma il ragazzo semplice e un po’ sbruffone in balìa degli eventi. La conflittualità fra Figaro e il Conte si riduce a maschile ripicca e trova la sua apoteosi nella scena finale in cui Figaro, scimmiottando il conte seduttore, replica, in segno di vittoria, un gioco di prestigio. L’aria “non più andrai farfallone amoroso “ non è indirizzata a Cherubino, ma é cantata per il Conte, apparentemente per compiacerlo, in realtà per schernirlo, e il canto si fa azione quando Figaro spinge il bendato Cherubino a mimare un passo di scherma per dare una sciabolata al Conte.

La finzione e il travestimento presenti nell’opera sono ulteriormente moltiplicati: e’ un continuo spogliarsi, travestirsi, trasformarsi, in una girandola giocosa ricca di allusioni sensuali. Susanna spoglia Cherubino e per gioco ne indossa le vesti, per poi doversi rispogliare e rivestire in tutta fretta all’arrivo del Conte (scena peraltro pienamente supportata e giustificata dalla concitazione musicale). La Contessa è personaggio vario e consapevole, donna di mondo che conosce malizie e virtù, che si presta a fare da “spalla” alle gags del marito, di cui è la prima a sorridere con indulgenza e affetto. Suggestivo l’inizio del secondo atto, quando appare ancora addormentata sdraiata sul pavimento in abito da sera accanto a stoviglie in frantumi, come se il sonno fosse sopravvenuto a una lite o a un bicchiere di troppo. Svegliatasi, intona “porgi amore“ accarezzandosi il braccio con un vetro rotto, per ricordare le passate carezze o tagliarsi le vene con un gesto languido che trascolora dalla sensualità alla disperazione.

Il taglio brillante dello spettacolo ha decisamente privilegiato la teatralità e il ritmo narrativo, mettendo in secondo piano la componente lirica e la pura vocalità.

Il Conte di Michael Volle, divertente ed istrionico, subordina il canto alla recitazione. La voce è un po’ ruvida, ma la dizione espressiva e la naturalezza dei parlati ne fanno un personaggio trainante che cattura l’attenzione del pubblico.

Erwin Schrott, se pur indisposto, ha dimostrato ottima padronanza scenica e musicale ed ha restituito il giusto colore alla parte di Figaro, coniugando una bella voce naturale con una linea di canto elegante e controllata. Nell’ultima aria “buia è la notte“ la voce morbida e corposa e l’attenzione alla parola rendono la disillusione intrisa di nostalgia di chi vorrebbe prendere le distanze dal dolore senza riuscirci.

Malin Hartelius, affascinante e credibile Contessa, ha buon fraseggio e canta piuttosto bene, le mancano però la varietà, l’intensità e soprattutto i colori vocali necessari per raggiungere la pienezza emotiva della parte.

Martina Jankova suggerisce le tante sfaccettature di Susanna, spiritosa e volitiva, sensuale e innocente, spontanea e un po’ gelosa .Voce non particolarmente luminosa, ma dall’accento vivace, ha dato prova di buon lirismo vocale nell’aria “deh vieni non tardar”.

Cherubino, banalizzato in pupazzo a molla/bella statuina, non rende i febbrili e inconsapevoli turbamenti dell’eros, Judith Schmidt canta in modo monocorde e il fraseggio non ha sufficiente mobilità e languore.

Di buon livello e caratterizzazione il resto della compagnia. Irène Friedli ha dato una buona interpretazione di Marcellina, divertente ma non caricaturale; vocalmente corretti Carlos Chausson nel ruolo di Bartolo e Martin Zysset nella parte di Basilio, giustamente ridicoli il Don Curzio di Andreas Winkler e Giuseppe Scorsin nella parte di Antonio. Da segnalare l’accattivante Barbarina di Eva Liebau, che oltre alla bella presenza, ha dato mostra di una voce interessante.

L’orchestra dal suono forte e brillante diretta da Franz Welser Möst è efficace nell’evocare la folle giornata e pur nel vortice sonoro riesce ad assecondare le voci. Lamusica scorre fluida e vivace, dà ritmo alle situazioni e trova il giusto respiro teatrale commentando quanto avviene sulla scena. Ma è un commento di superficie, senza traccia della malinconia ineffabile che si nasconde dietro il gioco e il sorriso.

E in queste nozze – commedia la felicità c’è: nei dieci minuti di applausi del pubblico.»

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