Un Don Giovanni chiamato desiderio – ROH, 17-06-2007

by Ilaria Bellini (Teatro.org)

«L’allestimento in scena al Covent Garden fu creato nel 2002 da Francesca Zambello, ora ripreso da Duncan Macfarland, è uno spettacolo di forte impatto visivo, molto curato dal punto di vista estetico, ma senza pretese concettuali, che prende le distanze da ogni speculazione filsofico-metafisica intorno al mito di Don Giovanni per farne solo un irresistibile e narcisistico seduttore. Mancando un’idea registica forte, il successo della produzione sta nelle doti attoriali e nella personale inventiva dei protagonisti, che “si fanno regia”.

La scena di Maria Björnson è costituita da un parallelepipedo curvo semovente dalla parete grigliata, effetto vetro-cemento, che lascia trasparire nuvole di fumo o ecclesiastico incenso, su cui troneggia una statua di Madonna. Sulla parete sono disseminate croci, ulteriore monito religioso e prefigurazione della morte e che divengono, in modo dissacrante, funzionali al movimento scenico, in quanto Don Giovanni vi si arrampica per fuggire o sedurre. La parte superiore si apre per creare uno squarcio visivo, uno spaccato in cui vengono inquadrate le scene clou: la seduzione di Donna Anna in camicia da notte, Donna Anna da sola in preda al tormento e da cui si intravede, senza comprenderne la forma, un’inquietante scultura metallica ondeggiante, la statua del commendatore che sarà visibile solo alla fine, una grande mano con un indice –revolver puntato, il giudizio finale. La parete ruota e sul lato concavo appare il trompe l’oeil di una sontuosa e coloratissima sala da feste, che nella stretta del finale del primo atto si piegherà parzialmente su se stessa per “stringere” simbolicamente Don Giovanni. Nella scena del banchetto Don Giovanni si aggira a torso nudo, trasudando lussuria e versandosi il vino sul petto fra fumi licenziosi e rossi cubi, da cui poi usciranno il Commendatore e gigantesche fiammate pirotecniche, un inferno reale, suggestivo e crepitante. Scende un bianco velo e in una luce abbacinante tutti, vestiti di bianco, intonano giudiziosamente il finale.

Ma l’opera non finisce qui.. all’interno di un cubo rosso si vede, ed è solo un flash, Don Giovanni nudo che ghermisce una fanciulla: è questo il vero finale, non la falsa morale del sestetto, Don Giovanni vive! Seduttore anche all’inferno!

Erwin Schrott è uno specialista del ruolo e, dopo il Don Giovanni violento di Genova, quello solo e senza cuore di Napoli, quello settecentesco libertino di Valencia, ha offerto una nuova e riuscita variazione sul tema. Qui è il dandy lascivo con sprazzi di aristocratica stizza, inizialmente elegante e raffinato, very british, poi sempre più sensuale, lussurioso, febbrile, maledetto, che affronta la morte per sfida con un sorriso sulle labbra. La voce è splendida: brunita, vellutata, profonda, così potente da sovrastare il fragore dell’inferno, da far esplodere tutta l’ energia vitale e la violenza repressa di “Fin ch’han del vino “ cantata dentro un’angusta scala a chiocciola. Si avverte una maturità raggiunta nei recitativi, nelle mezzevoci, nei passaggi dai pianissimi al forte, eseguiti alla perfezione e con grande disinvoltura: tutto ciò contribuisce a creare un personaggio che si insinua con tutti i mezzi, voce, ironia, naturalezza e da cui tutti vorremmo essere sedotti.. Schrott gioca con le parole, allunga le consonanti, il buongiorrrrno ai contadini suona irriverente, “ ti voglio ssss …sposare “ dice a Zerlina .. trepidazione o sibilo di serpente? Ma Schrott se lo può permettere in quanto domina il ruolo, la voce, i tempi teatrali. Un Don Giovanni atletico e vitale, che canta la “statica” serenata in continuo movimento, arrampicandosi sul balcone, saltando giù, negando ogni introspezione e con un tocco di cinismo: di serenate ne canta a migliaia..

Donna Anna è l’unico personaggio predeterminato ad affrontare ad armi pari Don Giovanni e in questo caso Anna Netrebko è l’unica a reggere il confronto/scontro con Don Giovanni/Schrott. La voce è un po’ nasale, ma ci si lascia sedurre e si comprende il suo potere mediatico: finalmente una Donna Anna da sognare, davvero bellissima, dal nobile portamento, con un collo da cigno lievemente reclinato fra seduzione e contrizione, le mani bianche e affusolate che stringono un rosario e che si stagliano sul vestito nero, mani disperate che cercano di trattenere un Don Giovanni in fuga, mani passate sul proprio viso per assaporare l’odore lasciato da Don Giovanni, capaci di passare in modo naturale e repentino dalla autoerotica carezza alla preghiera. Una Donna Anna innamorata. La Netrebko sopperisce alla mancanza di colori con intenso fraseggio, passaggi ben risolti e acuti ineccepibili. E se “ Or sai chi l’onore”, se pur ben eseguito, è lontano da vertici interpretativi, in “ Ah crudele“ la voce acquisisce pathos e intensità di accenti e la strepitosa recitazione, in un lento scivolare a terra appoggiata alla parete, con la grazia di una ballerina o di un fiore, traduce tutti gli affetti ed emozioni espressi dal canto.

Ana Maria Martìnez ha dato un’interpretazione variegata di Donna Elvira, coniugando sense of humour e intensità drammatica, tratteggiando con intelligenza l’evoluzione del personaggio. Sempre più struggente, scarmigliata e disillusa, si aggrappa a una croce intonando “Mi tradì quell’alma ingrata” con grande intensità, privilegiando l’umano rimpianto alla furia vendicatrice. La voce è chiara e ben controllata e i passaggi nel settore acuto risolti con facilità.
Kyle Ketelsen/Leporello è vocalmente cresciuto, la voce è corposa, sicura e ben sostenuta, la dizione è migliorata. Senza grandi guizzi, offre un‘interpretazione divertente, anche se un po’ schematica e prevedibile, risentendo dell’inevitabile confronto con un padrone che non lascia troppo spazio.
Inconsistente, sia a livello vocale che interpretativo, la Zerlina di Sarah Fox, priva di sfumature, di abbandono e della sorridente sensualità di cui la parte è pervasa.
Mathew Rose, robusto di voce e di stazza, è un Masetto rustico, ma riuscito e credibilissimo.
Michael Schade è Don Ottavio, l’amico di famiglia impossibile da amare. Con voce chiara e adatta alla parte (anche se ha perso un po’ di smalto) ha eseguito con gusto e fluidità entrambe le arie.
Il commendatore di Reinhard Hagen è di efficace presenza scenica e con voce adeguatamente profonda e autorevole.

Ivor Bolton ha diretto con stile l’ottima orchestra della Royal Opera House, dando una lettura corretta, ma un po’ generica. I momenti migliori sono stati nell’ouverture dai suoni morbidi e vellutati, a cui il direttore ha conferito belle tinte notturne. Di buon livello la prestazione del Royal Opera Chorus, preparato da Renato Balsadonna.

Grandi applausi per tutti e standing ovation per Erwin Schrott, per la voce, il carisma e – concedetemi – per la bellezza.»

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