Incanto, leggerezza ed ironia nella briosa edizione barese de ‘L’elisir d’amore’ di Donizetti — 30-06-2009

by Enzo Garofalo (Cannibali.it)

“La poesia…consiste in ciò che si trova nel mondo, al di qua di quanto ci è permesso di osservare”. Ad affermarlo era il grande artista belga René Magritte la cui pittura attingeva al mistero indefinibile del reale ed il cui immaginario ha fortemente ispirato le splendide scene che Tommaso Lagattolla ha ideato per l’edizione barese dell’opera ‘L’elisir d’amore’ di Gaetano Donizetti, andata in scena il 29 giugno allo Spazio 7 della Fiera del Levante, ultima opera del cartellone della Fondazione Petruzzelli prima della pausa estiva. Se infatti è dal mondo reale che questo delicato e poeticissimo melodramma giocoso attinge le dinamiche del sentimento d’amore, di fatto poi le traspone in una dimensione quasi fiabesca, il che certamente ne spiega, insieme alla bellezza della musica, l’ininterrotto e diffuso successo a partire dalla sua prima messa in scena nel 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano. Con incanto, leggerezza ed ironia Donizetti ed il suo librettista Felice Romani raccontano, ambientandole nei Paesi Baschi, le vicende della ricca e colta fittavola Adina e dell’umile contadino Nemorino che s’innamora perdutamente di lei. Egli fa di tutto per conquistare l’amore della ragazza che, indispettita dalla sua corte, sta per sposare Belcore, sergente di un esercito di passaggio. Ispirato dalla storia dell’amore di Tristano e Isotta che la stessa Adina ama narrare ai suoi villici e dal ruolo che in essa ha una certa magica pozione, Nemorino decide di acquistare dal ciarlatano dottor Dulcamara un magico filtro (in realtà del semplice vino Bordeaux) che dovrebbe aiutarlo ad accattivarsi l’attenzione della fanciulla ritrosa e civetta. A furia di assumere la ‘misteriosa’ bevanda il giovane si ubriaca e mancando del denaro per acquistare un’ulteriore dose finisce con l’arruolarsi nell’esercito di Belcore, mentre Adina commossa per il gesto gli confesserà il proprio affetto. Belcore accetta di buon grado la sconfitta d’amore, mentre Dulcamara lascia il villaggio decantando le proprietà del suo ‘prodigioso’ elisir.
Testualmente tratto da ‘Le philtre’ (Il filtro) di Eugène Scribe, da un punto di vista più strettamente musicale l’Elisir è discendente sia della vecchia opera buffa settecentesca che della sublime inventiva rossiniana, su cui però si innesta la personalissima cifra melodica di Donizetti insieme a quella sua capacità di saper far sorridere e commuovere al tempo stesso. Umorismo sì, ma condito da sentimenti presi dalla vita reale come lo struggimento dato dalla passione frustrata e dalla delusione per una speranza mal riposta. Le inquietudini che attraversano l’animo di Nemorino ne fanno una persona dalle emozioni autentiche, per quanto impacciata e poco intraprendente. E realistica appare anche la figura di Adina che pur civettuola non è priva di un suo certo acume, per cui appare improbabile che potesse mai provare degli autentici sentimenti d’amore verso uno che come Belcore canta “Son galante, e son sergente”: non a caso, sia pure dopo un contorto intrecciarsi di circostanze – questo sì decisamente romanzesco – entra in sintonia con i fremiti del cuore di Nemorino, la cui audacia finale è dettata più da un disperato desiderio d’amore che non dalla cieca fiducia nell’elisir di Dulcamara. Significativa in proposito è la romanza ‘Una furtiva lagrima’ da lui cantata quando si accorge di una lacrima negli occhi di Adina che gli rivela l’amore di lei. Decisamente efficaci nella resa vocale e scenica dei due protagonisti, sono stati il soprano Roberta Canzian, una temperamentosa e accattivante Adina, e il giovane tenore russo Alexey Kudrya, che è riuscito a tratteggiare un Nemorino molto meno sciocco e imbranato del solito. Apprezzabile anche la performance del baritono Luca Salsi, un Belcore impettito e borioso al punto giusto.
Più tipicamente da farsa invece il personaggio del ciarlatano Dulcamara, tuttavia anch’esso non privo di legami con la realtà in quella sua ostinata arte di arrangiarsi e di imbrogliare che tanto ricorda un certo diffuso costume italiano. Ed è tutto su una accentuata comicità d’azione e di dizione che lo ha caratterizzato il fisicamente prestante basso uruguaiano Erwin Schrott, notevole per potenza vocale e capacità di dominare la scena attraverso divertenti e caricaturali sketch condivisi con un suo muto e buffo assistente magistralmente interpretato dall’attore Pasquale De Marzo. Positivo anche il contributo del soprano Filomena Diodati nel più defilato – sul piano canoro – ruolo della villanella Giannetta. Ottima la performance del Coro della Fondazione Petruzzelli come sempre mirabilmente guidato dal M° Franco Sebastiani.
L’Orchestra della Provincia di Bari dal proprio canto ha portato a termine una buona esecuzione musicale dell’opera sotto la guida della canadese Kery-Lynn Wilson che, se si esclude la scelta di alcuni tempi discutibilmente lenti in alcuni passaggi, ha offerto una lettura abbastanza equilibrata della frizzante partitura donizettiana.
Un’opera così spumeggiante per quanto a tratti velata di malinconia, si è prestata alla perfezione alla dinamicissima regia concepita da Francesco Esposito, piena di simpatiche trovate teatrali, come quella della euforia erotica creatasi intorno al gruppo di soldati di passaggio, che vede improvvisamente coinvolti tutti i contadini (uomini compresi!), o quella delle villanelle discinte che, appresa la notizia dell’eredità d’un tratto toccata in sorte a Nemorino a causa della morte di uno zio, cercano di sedurlo a tutti i costi. Ad arricchire la regia è stato rilevante anche l’inserimento di movimenti scenici curati dal coreografo Domenico Iannone. Di Francesco Esposito anche i coloratissimi costumi in stile tardo settecentesco ben armonizzati con una scenografia costituita da tre piccole case semoventi dalle finestre illuminate (una di esse è la rivendita di illusioni di Dulcamara) e da diversi e ben coordinati accessori di scena per la quale, come già accennato, il talentuosissimo Tommaso Lagattolla si è ispirato alla pittura di Magritte, ai suoi colori, alle sue nuvole, alle sue mele, al suo ‘impero della luce’ e più in generale al suo stile da illustratore che ha contribuito a sottolineare la componente fiabesca dell’opera.
Numerosi e convinti gli applausi del foltissimo pubblico che ha gremito la platea dello Spazio 7, confermando l’immutata popolarità di questa gradevolissima opera.

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